Sotto i tuoi piedi c’è una rete più estesa della foresta sopra la tua testa

Quando cammini in un bosco di faggi, il suolo che calpesti contiene più biomassa vivente di quella visibile sopra la superficie. La maggior parte di questa biomassa è micelio — la rete di filamenti microscopici (ife) dei funghi che attraversa il terreno in tutte le direzioni, collegando le radici degli alberi tra loro e con il substrato minerale. Questa rete non è casuale: è un’infrastruttura biologica che nutre gli alberi, li protegge dai patogeni, e — secondo ricerche degli ultimi due decenni — consente una forma di comunicazione chimica tra individui.

Micorrize: cosa sono, davvero

Le micorrize (dal greco mykes = fungo, rhiza = radice) sono associazioni simbiotiche tra funghi e radici delle piante. In una micorriza, le ife del fungo avvolgono o penetrano le cellule radicali della pianta, creando un’interfaccia di scambio: il fungo fornisce alla pianta acqua e nutrienti minerali (soprattutto fosforo e azoto) che assorbe dal suolo con un’efficienza molto superiore a quella delle radici sole, e in cambio riceve carboidrati — zuccheri prodotti dalla fotosintesi dell’albero.

Questa simbiosi non è facoltativa: la maggior parte degli alberi forestali italiani non potrebbe sopravvivere senza i propri partner micorrizici. Un faggio senza micorrize cresce meno della metà di uno con micorrize, ed è più vulnerabile alla siccità e ai patogeni radicali. La simbiosi è così antica che si è co-evoluta con le piante terrestri per centinaia di milioni di anni — è una delle relazioni biologiche più antiche e più fondamentali del pianeta.

La rete micorrizica: alberi connessi attraverso il fungo

La scoperta più sorprendente degli ultimi decenni è che le reti micorriziche non collegano solo un albero al suo fungo, ma collegano alberi diversi tra loro attraverso lo stesso fungo. Un singolo micelio di Boletus edulis (il porcino) può estendersi per decine di metri nel suolo e colonizzare le radici di più faggi, abeti o querce contemporaneamente. Attraverso questa rete, i nutrienti possono fluire da un albero all’altro — da un albero grande e ben illuminato a una plantula in ombra che non riesce a fotosintetizzare abbastanza per sopravvivere.

Questo flusso di nutrienti tra alberi è stato documentato sperimentalmente con isotopi radioattivi da Suzanne Simard e altri ricercatori. L’interpretazione di questi dati è ancora dibattuta: alcuni ricercatori parlano di “altruismo” tra alberi, altri di un sottoprodotto passivo della struttura della rete che non implica alcuna “intenzione” da parte degli alberi. La verità è probabilmente nel mezzo — e la cautela scientifica suggerisce di non antropomorfizzare troppo un sistema biologico che funziona su princìpi molto diversi dalla cognizione animale. Il “Wood Wide Web” — termine giornalistico che ha reso popolare questa ricerca — è una metafora efficace ma riduttiva.

I funghi che vedi sono la punta dell’iceberg

Quando trovi un porcino nel bosco, stai guardando il corpo fruttifero — l’organo riproduttivo del fungo, la struttura che produce e disperde le spore. Il fungo vero — l’organismo — è il micelio nel suolo, che può estendersi su superfici molto più ampie di quelle occupate dal corpo fruttifero visibile. Un singolo individuo di Armillaria ostoyae (il chiodino) nel Malheur National Forest in Oregon occupa una superficie di circa 9 km² — è l’organismo più esteso del pianeta. In Italia le dimensioni sono più contenute, ma il principio è lo stesso: il fungo che vedi è una frazione infinitesima dell’organismo che abita il suolo.

Questa prospettiva cambia il modo in cui pensi alla raccolta dei funghi. Raccogliere il corpo fruttifero non “uccide” il fungo — è come raccogliere una mela dall’albero. Ma il calpestio ripetuto e la compattazione del suolo in aree di intensa raccolta danneggia il micelio sottostante, che è fragile e superficiale. Le zone più battute dai cercatori di funghi hanno spesso una produttività inferiore a quelle meno disturbate — non perché i funghi siano stati “finiti”, ma perché il micelio è stato degradato.

Specie chiave per i boschi italiani

Il Boletus edulis (porcino) è il partner micorrizico di faggi, querce, castagni e abeti. Il Cantharellus cibarius (finferlo/gallinaccio) si associa a faggi, querce e betulle. L’Amanita muscaria (ovolo malefico — tossico, non commestibile) è il fungo micorrizico iconico dell’abete rosso e della betulla. Il Tuber magnatum (tartufo bianco d’Alba) si associa a querce, pioppi e salici in terreni calcarei con buon drenaggio. Ogni specie di fungo ha i suoi partner preferiti, e la presenza di certi funghi nel bosco è un indicatore indiretto della salute delle simbiosi radicali — e quindi della salute del bosco nel suo complesso.

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