Otto milioni di metri cubi di alberi a terra in una notte: e adesso?

La notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018, la tempesta Vaia ha abbattuto circa 8,5 milioni di metri cubi di legname nelle Alpi orientali italiane — un volume equivalente a diversi anni di taglio forestale dell’intera regione. Le province più colpite sono state Trento, Bolzano, Belluno e Udine. Le valli che l’indomani mattina si sono risvegliate con interi versanti spogli — dove il giorno prima c’erano peccete (boschi di abete rosso) fitte e apparentemente indistruttibili — hanno ricevuto una lezione sulla fragilità degli ecosistemi monospecifici che nessun manuale avrebbe potuto impartire con altrettanta efficacia.

Perché l’abete rosso è crollato

L’abete rosso ha un apparato radicale superficiale — le radici si sviluppano nei primi 30-50 cm di suolo, con scarso ancoraggio in profondità. In boschi densi e monospecifici — come le peccete di origine artificiale piantate nel dopoguerra per la produzione di legname — gli alberi crescono alti e sottili, con chiome concentrate nella parte alta del fusto, creando una “vela” al vento con un baricentro molto alto. Il vento di Vaia ha raggiunto raffiche che secondo le stime hanno superato abbondantemente i 150 km/h nelle valli esposte. Le radici superficiali non hanno retto.

I boschi misti — faggio-abete bianco-abete rosso — hanno resistito meglio. Il faggio ha radici più profonde. L’abete bianco ha un apparato radicale più robusto di quello dell’abete rosso. La diversità strutturale (alberi di altezze diverse, specie diverse, classi d’età diverse) riduce l’effetto “domino” per cui la caduta di un albero trascina quelli adiacenti. La lezione di Vaia è, in estrema sintesi, un argomento a favore della selvicoltura naturalistica e contro la monocoltura forestale — un argomento che i forestali avevano avanzato per decenni, e che il vento ha reso impossibile da ignorare.

Situazione attuale: cosa sta ricrescendo

A diversi anni di distanza, le aree colpite da Vaia mostrano traiettorie di rinascita diverse. Nelle zone dove il suolo è rimasto intatto e la banca semi nel terreno era attiva, la rigenerazione naturale è in corso: plantule di abete rosso, larice, faggio, sorbo e betulla stanno colonizzando le radure. In alcune aree la rinnovazione è sorprendentemente abbondante — la luce che ora raggiunge il suolo, prima schermata dalla pecceta densa, ha attivato la germinazione di semi che aspettavano da anni.

In altre zone — dove il suolo è stato eroso dal deflusso idrico sui versanti denudati, o dove il bostrico (Ips typographus, lo scolitide dell’abete rosso) ha attaccato gli alberi superstiti indeboliti — la ripresa è molto più lenta. Il bostrico ha rappresentato un problema aggiuntivo enorme: gli alberi danneggiati ma ancora in piedi dopo Vaia sono diventati terreno di coltura ideale per il coleottero, che si è moltiplicato raggiungendo densità di popolazione che hanno causato la morte di ulteriori milioni di alberi negli anni successivi alla tempesta.

Le scelte di gestione: lasciare fare la natura o intervenire

Il dibattito sulla gestione post-Vaia è stato acceso e non è concluso. Da un lato, la selvicoltura naturalistica suggerisce di lasciare che la rigenerazione naturale faccia il suo corso — il bosco sa ricrescere, e l’intervento umano rischia di orientare la composizione verso quello che vogliamo (tipicamente, di nuovo abete rosso da legname) anziché verso quello che il sito vuole (un bosco misto più resiliente). Dall’altro, i proprietari dei boschi — in Trentino-Alto Adige la proprietà forestale è spesso comunale o di enti collettivi — hanno bisogno di reddito dalla risorsa legno, e la rigenerazione naturale è lenta.

Le soluzioni adottate variano da zona a zona: rimboschimento con specie miste in alcune aree, rigenerazione naturale assistita (eliminazione della vegetazione concorrente, protezione delle plantule dalla fauna) in altre, abbandono controllato in zone remote o di difficile accesso. Nessuna soluzione è universalmente migliore — dipende dal sito, dal suolo, dalla quota, dall’esposizione, dalla proprietà, e dalla pazienza disponibile.

Visitare le aree Vaia: un paesaggio in transizione

Camminare nelle aree colpite da Vaia è un’esperienza che colpisce anche anni dopo l’evento. I versanti con gli schiantati ancora a terra (dove il legname non è stato esboscato), le radure enormi dove inizia la rigenerazione, i tronchi spogliati dal bostrico che si ergono come scheletri grigi — sono paesaggi potenti, a metà tra la devastazione e la rinascita. Il Sentiero della Memoria Vaia a Carezza (BZ), il Bosco dei Violini a Paneveggio (TN) e diverse aree nel Bellunese sono accessibili e documentati. Portano un messaggio che vale la visita: i boschi non sono eterni, non sono indistruttibili, e la loro resilienza dipende dalla diversità che contengono.

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